MultiLinguismo come fenomeno sociale

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Dal momento che nella mia griglia cognitiva la parola “MultiVerso” ha più senso della parola “UniVerso”, anche nell’apprendimento delle lingue preferisco parlare di MultiLinguismo più che di BiLinguismo. In questi ultimi anni, infatti, sempre più genitori si rendono conto dell’importanza di insegnare le lingue ai propri figli in età precoce rendendoli bilingue, multilingue, avviandoli al bilinguismo o semplicemente abituandoli a più lingue mantenendo predominante la MadreLingua.

Un fenomeno sociale in forte espansione, per fortuna, grazie anche ad anni di ricerche universitarie e alla nascita di numerose metodologie didattiche e/o educative. Siti, storie, personaggi, canzoncine, mini-cartoni … materiale più o meno semplice, più o meno gratuito in tutte le lingue (o quasi):

  1. Muzzy (BBC),
  2. Helen Doron (dalla Corea),
  3. Hocus&Lotus (La Sapienza + RAI),
  4. Mica y sus amigos (dalla Spagna),

Libri in lingua accompagnati da CD con la lettura, incontri di storytelling. Genitori in fermento e scuole che, con molta difficoltà, cercano di adeguarsi.

Non solo professori di semeiotica, hanno studiato e dimostrato l’importanza dell’apprendimento della L2 in età precoce (in generale si evidenzia lo sviluppo di griglie di apprendimento e di classificazione più organizzate e veloci, capacità relazionali migliori, accettazione del diverso, non paura di esprimersi e molto altro), pediatri di tutto il mondo riconoscono uno sviluppo agevolato nei bambini abituati a gestire due o più lingue sin dall’infanzia, o dalla nascita.

La Lingua prima di tutto è un insieme di suoni e, come ci ricorda Dean Falk, il canto della nanna avvicina il bambino alla sua mamma anche quando sta lontana, crea un senso di appartenenza e nega la paura dell’abbandono e della solitudine. Il canto della mamma, le sue parole, il suono della sua voce, crea felicità e voglia di esserci. Suoni che piano piano diventano parole e danno sicurezza, capacità di comprensione, senso di appartenenza, voglia di conoscere e sperimentare, condivisione.

Noam Chomsky ci ha raccontato tanto tempo fa che “parlare” non è ripetere una serie di suoni e parole e frasi conosciute e condivise ma è strettamente legato a una innata capacità creativa, più o meno sviluppata in ogni singolo individuo, e che si ricollega alla conoscenza innata della grammatica della propria lingua, più o meno presente in ciascuno di noi e che gli permette di costruire e de-costruire frasi … e pensieri. La lingua (strutturalismo) come competenza (trasformazionalismo).

Dunque non abbiate paura di sottoporre il bambino/a a due o anche più lingue sin dalla nascita, gli state regalando delle abilità preziose per il suo futuro di adulto/a. Sottoporre il bambino a più lingue in modo sano, divertente, in compagnia e con la voglia di fare e di condividere, di copiare, di sperimentare … ma senza pretesa, senza aspettativa, senza correggere, senza imporre. Semplicemente condividere con pazienza, sorridere, rassicurare, aspettare il suo momento e aiutarsi con libri e materiale audio-digitale in modo che il bambino acquisisca anche una buona dizione.

Ricordo da bambina i miei genitori mi portavano l’estate in Grecia dove avevamo fatto delle amicizie che per dodici anni, ogni anno, ritrovavamo sulla stessa spiaggia. A 5 anni ho cominciato a contare in greco e a ballare il sirtaki, solo questo, ma ero felice, mi divertivo e questi numeri, come anche la danza, mi sono rimasti nel cuore. All’università ho conosciuto una ragazza greca, subito il suono della sua voce ha rievocato in me antichi ricordi piacevoli, subito siamo diventate amiche. Era bello passare le serate in compagnia dei greci, mi piacciono! Quei numeri li ricordo ancora come se li ripetessi ogni giorno ad alta voce: perfettamente!

Questa sfumatura relazionale è quella che adotto con i bambini quando parlo loro un altra lingua, nello storytelling.

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